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Galileo SGP: Un milione per l’acqua pubblica
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REFERENDUM

Un milione per l’acqua pubblica

Jul 15, 07:43 AM | di Matteo Ciangherotti | tags:

Dici acqua e non c’è storia. In sessantaquattro anni di Repubblica italiana mai nessun referendum aveva ottenuto così tante firme in così poco tempo. Sono oltre un milione, infatti, quelle raccolte in meno di due mesi. Ora si attende soltanto la chiusura ufficiale della campagna, fissata per il 19 luglio, quando seicento scatole piene di autografi verranno depositate in Corte di Cassazione.

Tre i quesiti referendari che vogliono abrogare l’articolo 23 della legge Ronchi, che stabilisce l’obbligatorietà della privatizzazione dei servizi idrici entro il 2011. I comuni che detengono ancora la proprietà degli acquedotti saranno costretti a cedere almeno il 70 per cento delle loro quote a un soggetto privato.

È una strada senza ritorno e l’Italia la imbocca quando in altri Stati europei, dove la privatizzazione dell’acqua è in atto da diversi anni, si stanno avendo clamorosi ripensamenti. A Parigi è stato mandato in pensione il vecchio decreto Chirac, e dal primo gennaio 2010 l’acqua è tornata nelle mani del comune.

L’Italia ha invece scelto di affidarsi ai soggetti d’impresa, scatenando una battaglia - ideologica o meno - in nome della risorsa più preziosa. Casi di eccellenza e virtuosità nella gestione dei servizi si mischiano a deprimenti fallimenti, aree dove l’acqua potabile neppure arriva, perché ancora oggi il 30 per cento dei cittadini italiani è privato di un efficiente servizio idrico. Il 33 per cento dell’acqua pulita viene infatti disperso, e basterebbe recuperare questa quota per soddisfare i bisogni dell’intera popolazione. Così la politica, senza soldi da investire, si è rivolta ai soggetti privati, scrollandosi di dosso ogni tipo di responsabilità.

Il timore del comitato promotore del referendum è quello relativo al rischio che a un investitore esterno al processo pubblico interessino soltanto i profitti e gli utili della propria azienda. Un’impresa privata, a detta dei movimenti per l’acqua pubblica, non avrebbe cioè alcun motivo di investire nel sistema idrico per migliorarne funzionalità ed efficienza. Per questo i cittadini e le associazioni anti-decreto ritengono che essa sia un bene comune e universale su cui non si può lucrare. “L’acqua non deve essere fonte di profitto” è il messaggio principale del referendum.

Emilio Molinari, presidente del comitato italiano per il contratto mondiale sull’acqua, punta il dito sul processo di mercificazione: “Il giorno dopo l’approvazione della legge Ronchi sono usciti in Borsa numerosi titoli bancari sull’acqua. I privati investono per guadagnare, non hanno altra ragione che quella del business. In Toscana, dove gli acquedotti sono quasi tutti gestiti da soggetti privati, le tariffe sono aumentate del 57 per cento. E quando alcuni cittadini virtuosi hanno iniziato a risparmiare acqua, le loro bollette sono comunque aumentate, perché spendevano troppo poco e il privato ci perdeva”. L’economicità rappresenta infatti un altro aspetto preoccupante dell’ingresso privato nella gestione. Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, segnala “un aumento consistente delle tariffe, a volte addirittura retroattive con bollette spaventose”.

Vero è che in Italia l’acqua si paga, per ora, soltanto un euro a metro cubo rispetto ai sei della Germania e ai tre della Francia. Le tariffe sembrano dunque destinate a salire. Maggiori introiti, però, non corrispondono necessariamente a un servizio più efficiente e accessibile a tutti. Almeno per quanto riguarda i casi italiani. A Latina e provincia l’acqua è stata affidata da tempo alla Spa Acqualatina, una società mista pubblico/privato. E l’esperienza non è, al momento, delle migliori. La società ha riportato condanne per danni ambientali e alla collettività, con perdite dal punto di vista economico. Alcuni dei suoi amministratori sono stati arrestati per frode nelle pubbliche forniture e falsità ideologica in appalti pubblici. Ciò nonostante, gli abitanti di Latina che avevano smesso di pagare le bollette si sono visti chiudere i rubinetti.

L’associazione nazionale dei comuni italiani, a fronte delle proteste di cittadini e amministratori locali, sta così studiando nuove forme legislative per opporsi al decreto Ronchi.

 

La sconfitta della politica. Parla Paolo Marson, Assessore all’ambiente e risorse idriche della provincia di Savona